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Roberto Barocchi: LE OPERE E IL PAESAGGIO

 lettura tenuta all'Accademia udinese di scienze, lettere ed arti il 30 novembre 2006

UN PARADOSSO

Quando fu costruita la Torre Eiffel in occasione dell’esposizione mondiale del 1889, i parigini la criticarono aspramente e un gruppo di artisti e letterati, tra cui Zola e Maupassant, scrisse:

Noi scrittori, pittori, scultori, architetti e appassionati ammiratori della bellezza di Parigi, fin qui non offesa, in nome del buon gusto francese protestiamo con tutte le nostre forze contro la costruzione di questa inutile e mostruosa torre Eiffel, che lo spirito ironico dell'anima popolare, ispirata da un sano buon senso e da un principio di giustizia, ha già battezzato la torre di Babele. La città di Parigi si assocerà veramente alle esaltate affaristiche fantasticherie di una costruzione meccanica - o di un costruttore - disonorandosi e degradandosi per sempre? [1].

Non si può dire che avessero torto: la costruzione di un enorme traliccio di ferro nel mezzo di Parigi non poteva non apparire una mostruosa alterazione del paesaggio della città. Ma se oggi qualcuno proponesse di demolire la torre, sicuramente, pur non essendo il suo aspetto minimamente cambiato, i parigini solleverebbero proteste altrettanto vibrate. E non si potrebbe dire che avrebbero torto neanch’essi, poiché la torre Eiffel è una grandiosa opera dell’ingegno umano ed è divenuta il simbolo stesso di Parigi. Questo paradosso si spiega considerando un fenomeno psicologico: un’opera nuova spesso sconcerta e pare brutta, poiché modifica l’immagine consolidata che si ha di un luogo; poi, col tempo, diviene familiare, viene acquisita nell’ immaginario collettivo e non dà più fastidio o talvolta, come la torre Eiffel, appare addirittura bella.

Un caso simile, fatte le debite proporzioni, è accaduto recentemente a Trieste: un progetto di sistemazione di piazza Goldoni, che era risultato vincitore di un concorso ed era stato esposto in una mostra con una presentazione laudativa a firma del sindaco, mentre veniva realizzato suscitò scandalo in molti cittadini (non tutti, per fortuna) e lo stesso sindaco, smentendo la presentazione sottoscritta, dichiarò che tale opera era orribile. Spero di non sbagliare prevedendo che fra qualche anno il numero di triestini a cui piacerà questa sistemazione della piazza, perfettibile, ma a mio parere non brutta, sarà notevolmente aumentato.

 IL PAESAGGIO

L’immagine che noi abbiamo di un luogo è il suo aspetto visto attraverso il filtro della nostra cultura e l’aspetto di un luogo altro non è che il paesaggio.

L’aspetto in sé è oggettivo, poiché è l’insieme delle forme presenti in quel luogo e delle relazioni fra di esse. L’immagine è soggettiva, per cui ciò che appare bello ad alcuni può apparire brutto ad altri.

Tuttavia la soggettività non è tale da condizionare in modo assoluto l’impressione che noi abbiamo dalla visione di un luogo: sono infatti diffusi in ogni singola cultura e, in parte, universali, dei modelli di comportamento e di giudizio sufficientemente generali, per cui si può dire che, oltre a un comune senso del pudore, esiste anche un comune senso del bello.

 PAESAGGIO E IDENTITÀ

Un carattere saliente dei paesaggi è la loro identità. Un paesaggio è bello anche quando è riconoscibile come forma attesa di un determinato luogo; è brutto quando contiene elementi estranei che non si riconoscono come identificazioni del luogo: un edificio con tetto piano in montagna o un tetto con falde molto inclinate in un luogo mediterraneo produrrà, ad esempio, un senso di disturbo e apparirà un elemento dissonante del paesaggio.

Quindi, sarebbe riduttivo considerare i paesaggi soltanto come fonti di godimento estetico. Se la piacevolezza è una qualità importante del paesaggio, il grado di benessere o di malessere che esso può produrre è legato a contenuti più complessi e meno immediatamente percepibili, che sono una condizione essenziale per un paesaggio vivibile. Dei ruderi possono essere esteticamente godibili perché toccano le corde di una visione romantica ancora presente nella nostra cultura: la loro veduta, però, è funzionale a un paesaggio visitabile, ma non a un paesaggio abitabile. Una costruzione ipertecnica può essere bellissima come luogo di attrazione, ma disastrosa come luogo del vivere quotidiano, perché priva di elementi della memoria propri della nostra cultura.

La qualità del paesaggio, quindi, deriva in varia misura secondo i casi da aspetti estetici, quali l'ordine, l'equilibrio formale, la varietà ed anche il disordine pittoresco e le dissonanze singolari, ma anche da aspetti di identità, cioè da forme di una struttura che riconosciamo adatta alla funzione del vivere. [2]

 IL BISOGNO DI PAESAGGIO

Del bello noi abbiamo bisogno poiché ci attrae e ci rassicura, mentre il brutto ci deprime. Ciò accade massimamente nei paesaggi, se si considera che il turismo altro non è che la ricerca di luoghi belli e che sul valore economico di una abitazione incide molto anche la vista che si ha dalle sue finestre. Una casa con vista più costare il 50 per cento in più di una analoga da cui non si goda di un bel panorama, una stanza d’albergo con vista il 10 per cento in più rispetto a una stanza sul retro. 

Il fatto che la bellezza di un paesaggio sia un bisogno e abbia quindi un valore sociale ed economico è ormai oggetto di studio. Francesco Marangon e Tiziano Tempesta, economisti agrari, hanno stimato quanto vale la bellezza di un vigneto[3]: circa mille euro all’ettaro. Quanto vale allora all’ettaro la bellezza di una cima dolomitica, di un lago alpino, di un bosco, di un paesaggio marino?

Il paesaggio influenza il nostro comportamento e i nostri giudizi: si è sperimentato che chi assaggia del vino lo ritiene più buono se crede che provenga da un luogo bello.  È stato chiesto a un campione di 40 persone di assaggiare due bicchieri di vino, facendo credere loro che un vino provenisse da un’area collinare di elevata qualità paesaggistica e l’altro da un’area di pianura di scarso valore. Per convincerli, furono mostrate delle fotografie di tali aree. In realtà il vino dei due bicchieri era lo stesso. Tutti, salvo gli enologi, assegnarono al vino creduto provenire da un luogo bello un punteggio molto più alto. [4] 

 

INTERVISTATI

PUNTEGGIO IN CENTESIMI

vino creduto proveniente da un luogo bello

vino creduto proveniente da un luogo brutto

studenti

75

20

produttori

65

25

consumatori

55

30

enologi

45

45

media

58

30

 E che la bellezza di un luogo predisponga a bere meglio lo si intuisce già da qualche tempo, tanto è vero che nel 2001, in una riunione di viticoltori dei Colli orientali del Friuli a uno di essi scappò detto: “Se vogliamo restare sul mercato non basterà più produrre vino: dovremo anche produrre paesaggio”. “Va bene - dissi io – mettiamoci d’accordo su come produrre un buon paesaggio”. E facemmo la Carta del paesaggio del vino[5] sottoscritta a Cividale nel giugno 2001, che contiene dei criteri per far sì che un territorio, se non è stato già degradato, mantenga una buona qualità paesaggistica e se possibile la migliori. E ogni anno si svolge in Italia qualche convegno in cui si parla di paesaggio del vino.

Sul disagio psichico e sociale prodotto da un cattivo paesaggio è stata elaborata la teoria della finestra rotta: in un quartiere degradato la criminalità è maggiore che in un quartiere curato e ordinato: lo è certamente perché il disagio sociale a sua volta produce degrado, ma anche perché in un luogo brutto sono minori i freni inibitori. Su questa teoria si è basata la campagna per la sicurezza adottata dal sindaco di New York Giuliani.

Chi progetta edifici, strade, elettrodotti e ogni altro tipo di opera che produca modificazioni in un paesaggio ha quindi una responsabilità di cui non sempre si rende conto: spesso progetti perfettamente studiati sotto il profilo ingegneristico sono del tutto privi di una valutazione dell’effetto che quelle opere produrranno sull’aspetto di un luogo ed è diffuso ancora il concetto che il bello costi (ma ciò è vero solo in parte), mentre a nessun progettista verrebbe in mente di non curare la sicurezza, la funzionalità, la durabilità di un’opera, aspetti tutti che pure hanno dei costi.

I TRE FATTORI DELLA BUONA PROGETTAZIONE

Per inserire correttamente le opere nel paesaggio occorre considerare tre ordini di fattori[6]:

1.      la qualità del paesaggio in cui si vuole intervenire,

2.      il rapporto che si vuole dare alla nuova opera rispetto a quel paesaggio,

3.      gli accorgimenti per minimizzare l’impatto di quell’opera.

Tanto maggiore è il valore paesaggistico di un luogo, tanto meno, in genere, esso sopporterà elementi che lo modifichino.

Occorrerà allora, classificare le varie parti di un territorio secondo il loro valore paesaggistico, e poi scegliere di collocare l’opera, compatibilmente con le sue esigenze funzionali, ove il valore paesaggistico sia minore e quindi possa subire una minore perdita di valore. Il compito di localizzare le trasformazioni del territorio è proprio dei piani urbanistici, ma nella progettazione delle grandi opere è anche compito della fase progettuale in cui si dovranno valutare diverse alternative e scegliere la meno impattante.  

LE QUATTRO PRINCIPALI CLASSI DI VALORE DEL PAESAGGIO

I paesaggi possono essere classificati secondo quattro principali classi, a ognuna delle quali corrispondono specifiche limitazioni e possibilità di produrre delle trasformazioni con nuove opere[7].

I paesaggi di eccezionale valore (callitopi), come ad esempio le cime dolomitiche e i laghi alpini, devono essere conservati quali sono e quindi non vi si possono ammettere trasformazioni che ne alterino l’aspetto.

Esistono poi aree anche estese di generale elevato valore paesaggistico (callitipi), quali le valli alpine, le aree collinari, il Carso. Qui non è sempre possibile evitare trasformazioni, poiché chi vi abita ha comunque delle esigenze, ma le nuove edificazioni dovrebbero essere progettate con una particolare cura.

La maggiore superficie di una regione è in genere occupata da aree di comune valore paesaggistico (normotipi): lo sono ad esempio le aree residenziali e industriali e le campagne coltivate di tipo estensivo. In queste aree la libertà dei progettisti è maggiore, anche se il valore non elevato non autorizza a progettare edifici o altre opere che peggiorino l’aspetto dei luoghi.

Infine, le parti degradate (cacotipi), quali aree industriali dismesse, cave abbandonate, periferie con edificazioni particolarmente caotiche, sono quelle in cui si può e si deve intervenire più pesantemente, anche cambiandone completamente l’aspetto.  

I RAPPORTI OPERA - PAESAGGIO

Scelto dove prevedere un’espansione residenziale, una zona industriale, una strada, un elettrodotto, anche in base al valore paesaggistico, occorre considerare il secondo ordine di fattori: il rapporto opera – paesaggio, poiché  quanto maggiore è il valore paesistico di un luogo, tanto più debole e discreto dovrebbe essere il rapporto che le nuove opere avranno con l’aspetto di quel luogo.

Questo criterio va considerato in senso lato, essendo possibile che un bravo architetto possa inserire un edificio di forte impatto anche in un’area di elevatissimo valore formale.

Ma le grandi opere di architettura sono eccezioni e le regole valgono per la normalità.

I possibili rapporti che un’opera può avere con il luogo in cui si colloca sono numerosi: il più forte è la sostituzione, con la quale il nuovo modifica completamente il paesaggio; il più debole è l’occultamento, con cui il nuovo non cambia l’aspetto del luogo perché viene nascosto.

Casi di sostituzione si hanno ad esempio ove le periferie urbane o nuove zone industriali occupano completamente aree prima rurali. Ma vi sono anche casi di sostituzione spontanea, quando in montagna il bosco si estende in aree che anticamente l’uomo aveva trasformato in pascoli e coltivi. Un caso eccezionale di sostituzione spontanea è la trasformazione del Carso triestino. [8]

Ovviamente le sostituzioni di paesaggio dovrebbero farsi in aree di non eccezionale valore e dovrebbero avere una qualità architettonica almeno dignitosa. In alcuni casi gli interventi di sostituzione hanno prodotto eccellenti risultati. È il caso del quartiere Vasco De Gama costruito a Lisbona per l’esposizione universale del 1998 in un’area industriale che era in completo degrado. La sostituzione ha prodotto una città del commercio, dello sport e della cultura molto vitale e frequentata e di grande qualità architettonica.

In altri casi la sostituzione comporta perdite dolorose, ma produce nel contempo nuovi paesaggi di buona qualità. È il caso dei bacini idroelettrici che sostituiscono ameni fondivalle producendo spesso paesaggi lacustri di aspetto gradevole.

Dopo la sostituzione vengono nell’ordine due rapporti forti: la dominanza e l’evidenza. È dominante un edificio o altra opera che  viene percepita immediatamente mentre gli altri elementi di quel paesaggio sono percepiti in dettaglio solo se ci si sofferma nell’osservazione. Un preclaro esempio di rapporto di dominanza, è la citata torre Eiffel.

Casi meno belli di dominanza sono a Trieste l’ospedale di Cattinara, il complesso di Rozzol Melara e, come vedremo, il santuario di Monte Grisa.

Una variante particolare della dominanza è la superdominanza, che si ha quando un’opera appare bella per la sua imponenza. La stessa torre Eiffel è entrata in questo caso particolare, una volta che, col tempo, la sua forma è divenuta familiare ed accettata.

Il ponte sullo stretto di Messina, se sarà costruito, apparirà bello per la sua stessa mole, mentre è da temere che le aree a terra sulle due sponde, che saranno occupate da svincoli e chissà quanti e quali altri manufatti, possano subire delle gravi alterazioni paesaggistiche.

Altri casi di superdominanza sono, quando appaiono belli per imponenza e purezza di linee,  i viadotti e le dighe.

L’evidenza si ha quando un edificio nuovo entra in un paesaggio senza dominarlo, ma comunque in modo tale da essere ben percepibile a uno sguardo che non sia distratto. Quando chi progetta un’opera sceglie un rapporto forte di dominanza o di evidenza, ammissibili in genere solo in aree di non eccezionale valore paesaggistico, dovrebbe curare che l’opera stessa abbia una propria valenza formale.

Vengono poi quei rapporti più deboli, definibili di integrazione. Uno di questi è la non interferenza, per spiegare il quale occorre fare una digressione musicale.

Quando ascoltiamo una bella musica siamo disposti a sopportare qualche piccolo rumore di fondo, poiché percepiamo i rumori come estranei alla melodia. Se però la musica fosse stonata, smetteremmo di ascoltarla. Un rumore può essere sopportato se non è tale da impedire l’ascolto di una musica; una stonatura, no.

Possiamo applicare il concetto di rumore e stonatura anche a un’immagine: certe fotografie antiche un po’ rovinate ci affascinano e le macchie del tempo, che sono dei rumori visivi, non ci impediscono di guardarle, mentre non ci soffermiamo a guardare un’immagine senza macchie, ma insignificante.

Trasferiamo ora il concetto di rumore e stonatura nel paesaggio. Un cassonetto delle immondizie o un’automobile in una bella piazza sono percepiti come rumori visivi che ci danno un po’ di fastidio, ma non ci impediscono di ammirare la piazza. Un grattacielo in cemento in una piazza antica costituirebbe invece una stonatura e ci farebbe dire che quel luogo è irrimediabilmente rovinato. Una linea elettrica in una campagna non ci appare bella, ma, se la campagna non è coperta da una selva di linee elettriche, possiamo ugualmente apprezzare la bellezza di quel paesaggio rurale

Esistono poi dei casi di non interferenza addirittura positivi: i casi di non interferenza significante. Uno di questi è il bel palazzo progettato da Gino Valle che si trova in via del Mercato Vecchio a Udine in un cortina di edifici di aspetto classico: pur essendo costruito in acciaio e vetro, non stona: dichiara la sua diversità dagli edifici circostanti, ma lo fa in modo discreto, senza prevalere e facendosi ammirare per la sua qualità architettonica. È evidente che un edificio non interferente significante può essere progettato solo da un bravo architetto.  

Un caso molto più semplice è il rapporto di coerenza: un edificio moderno inserito fra edifici dello stesso periodo e delle stesse caratteristiche tipologiche, una strada forestale che ci appare come un necessario complemento del bosco, un dignitoso edificio industriale in una zona industriale non producono in genere paesaggi di grande valore, ma sono compatibili con l’aspetto del luogo.

            Gli ultimi due rapporti deboli sono apparentemente simili: l’uniformità e la mimesi.

Si ha uniformità quando si usano in un edificio forme antiche ancora vive nella cultura del luogo. È il caso dell’edilizia etnica, come può essere una nuova stalla costruita in legno in Alto Adige o un portale in pietra nel Carso triestino.

La mimesi è invece l’uso di forme antiche che non sono più attuali: è il cosiddetto costruire “in stile” che piace a persone di non elevata cultura perché usa forme conosciute e quindi rassicuranti, quanto il moderno sconcerta e spaventa perché non vi sono abituati.

Un caso singolare di mimesi è l’esperimento di rinverdimento delle pareti verticali in spritz beton fatto in una costruenda diga mediante la posa di stuoie seminate con specie erbacee.  Travestire un muro da prato è una soluzione sbagliata, poiché in natura non esistono prati verticali e il risultato, oltre all’improbabile riuscita, è un senso di artificioso. Si può invece parzialmente mascherare un muro con piante anche rampicanti che attenuino, senza necessariamente coprire l’intera parete, l’impatto del grigio cemento.

La mimesi è un rapporto da usare con parsimonia, più nel caso di ampliamento dell’esistente che nel nuovo. Ad esempio è corretto l’ampliamento di un muro o anche sopportabile l’ampliamento di un edificio o altro manufatto usando le stesse forme e materiali dell’esistente, anche se non più attuali.

Non è architettonicamente corretto travestire da albero un’antenna dei telefoni cellulari, come è avvenuto anche a Udine, mentre è corretta la mimesi per accostamento che si produce in un’autostrada collocando un’antenna su un portale metallico esistente in modo che si confonda con quella struttura.

Un caso particolarmente perverso è la pseudomimesi, che è il costruire con forme antiche o presunte tali che neanche esistono in quel luogo. In provincia di Trieste nella sistemazione turistica della baia di Sistiana è previsto un “villaggio istroveneto” con tanto di archi e bifore, una chiesa finta e un ascensore a forma di campanile. Va da sé che nel Carso di Trieste i villaggi istroveneti non esistono.

Restano da trattare i due rapporti più deboli: il mascheramento e l’occultamento che sono particolarmente adatti in aree di elevato valore paesistico.

Un caso frequente di mascheramento è la piantagione di fasce arboree attorno ad edifici, generalmente industriali. Spesso sono mascheramenti per modo di dire, perché ci si limita a dei filari di piante. Un valido mascheramento dovrebbe essere costituito da una piantagione compatta.

Infine con l’occultamento, costruendo una strada in galleria o interrando una linea elettrica, non si dovrebbe produrre nessuna modifica del paesaggio, anche se talvolta le linee elettriche interrate o gli oleodotti o metanodotti lasciano delle chiare tracce sul terreno e delle tagliate nei boschi.

Un caso singolare e positivo fra il mascheramento e l’occultamento è il Green hotel sulla strada che dalla SS Pontebbana porta a Buja, costruito dietro due collinette. L’edificio modernissimo e di buona qualità architettonica non entra così in competizione con il paesaggio collinare dell’anfiteatro morenico.

 LE BUONE REGOLE

Resta da fare un accenno al terzo ordine di fattori: le regole specifiche per la buona progettazione delle opere.

Se è pressoché impossibile dettare le regole per costruire un edificio bello in sé (non siamo più ai tempi dei trattatisti), possiamo però definire alcuni criteri per far sì che un’opera non sia in conflitto con l’aspetto del luogo in cui la si vuole realizzare.

Per quanto riguarda gli edifici occorre evitare commistioni caotiche fra edificato e aree rurali, e, in genere, fra tipologie edilizie diverse in un unico quartiere residenziale. Occorrerebbe poi ridare alle commissioni edilizie la funzione delle vecchie commissioni di ornato, consentendo che entrino anche nel merito del valore estetico dei progetti e che non si limitino solo, come accade spesso, a verificare la formale corrispondenza dei progetti agli indici dei piani regolatori.

Si può inserire correttamente una strada in un terreno collinare progettandola come successione di archi di curve invece che di rette, ridurre il suo impatto preferendo ove possibile i rilevati in luogo dei viadotti e dando alle scarpate pendenze lievi e forme dolci, affiancando al progetto ingegneristico della strada un progetto del verde con il disegno delle piantagioni arboree e arbustive lungo le scarpate.

Un esempio di corretto inserimento è il tratto dell’autostrada da Udine ad Amaro che attraversa le colline dell’anfiteatro morenico: la pendenza non ripida delle scarpate e il rinverdimento danno un senso di naturalità come se le colline accogliessero il manufatto mentre, se si fosse usata la classica pendenza 2 su 3, la strada avrebbe fatto violenza alla morfologia collinare. 

            Si possono coltivare le cave in pianura dando alle scarpate pendenze lievi in modo da non produrre un effetto baratro, ma di lieve bassura che dia movimento alla pianura; e si possono unire più cave in un unico bacino in modo da lasciare alla fine un’unica ampia depressione e non un paesaggio lunare. Si deve comunque nei progetti di coltivazione delle cave prevedere le opere di rimodellamento e rinverdimento. Si possono coltivare cave in collina e montagna in modo da ridurne l’impatto visivo sia mantenendo dei setti nei lati a valle che le nascondano in parte alla vista, sia procedendo per fasi di coltivazione e iniziando una nuova fase dopo avere rimodellato e rinverdito una fase precedente.

            Nelle aree rurali, e in particolare in quelle vitate, il cui paesaggio è considerato dagli stessi viticoltori un valore aggiunto, può essere mantenuta una buona qualità paesaggistica curando che i terrazzamenti seguano la morfologia del terreno, che rimangano ampie fasce boscate soprattutto nelle parti cacuminali delle colline e negli impluvi, utilizzando pali in legno o comunque di colore non contrastante con quello delle viti, costruendo cantine con forme coerenti con il paesaggio, meglio se interrate.

 VALORIZZARE IL PAESAGGIO

Oltre a tutelare e curare i nostri paesaggi, possiamo fare di alcuni di essi oggetto di svago e di cultura, aiutando il pubblico ad apprezzarli.

Qualche anno fa il Sindaco di Villa Santina mi portò a vedere una fortificazione del Vallo del Littorio, che veniva ceduta dalla Stato al Comune, chiedendomi un parere su cosa se ne potesse fare.

Guardando dalle feritoie del forte, notai che, se si fosse diradata la vegetazione che negli anni era cresciuta, si sarebbero avute delle belle vedute, rese ancor più preziose dal fatto di essere incorniciate dalle strette finestrelle. Se si incorniciano i dipinti per dare loro maggior valore, perché non incorniciare le  più belle vedute di un paesaggio?

Suggerii allora di utilizzare il forte come luogo per visite guidate con minimi lavori di pulizia e adattamento e di organizzare un workshop, cioè un laboratorio in cui elaborare delle idee progettuali per utilizzare il forte come strumento di lettura del paesaggio. Il workshop fu fatto.

Il forte si trova solo in una parte di quel bell’ambiente fluviale. Nelle altre parti si possono allora collocare delle semplici attrezzature che incorniciando delle vedute come fossero dei quadri aiutino il pubblico, come in un gioco, ad apprezzare la bellezza di quel luogo.

Si potrebbero insomma realizzare dei parchi del paesaggio con poca spesa e senza ulteriori vincoli e anche, inserendovi altri contenuti naturalistici e storici, dei musei all’aperto del territorio, con dei percorsi attrezzati con questi semplici strumenti.

Perché è giusto che i bei paesaggi vadano ammirati e studiati come si fa con le opere d’arte.

[1] COLOMBO G. Il cammino dell'uomo - civiltà e culture. Storia per la scuola media. Vol. 3, pag. 182. Istituto geografico De Agostini, Novara, I ed. 1991.

[2] BAROCCHI R. Dalla relazione del progetto di piano territoriale regionale generale del Friuli – Venezia Giulia, 1997, parte IV - Il sistema ambientale, cap. 6 - La tutela del paesaggio, pag. 273.

[3] Marangon e Tempesta “La valutazione dei beni ambientali come supporto alle decisioni pubbliche Forum Editrice Universitaria Udinese, Udine, 2001.

[4] Risultato presentato dal dott. Diego Tomasi dell’Istituto sperimentale per la viticoltura di Conegliano al convegno: Paesaggi. Dal coltivato al costruito. Che fare per il governo dei paesaggi, auditorium centro direzionale Veneto Banca, Montebelluna (Treviso), 5 novembre 2005.

[5] La carta, sottoscritta il 23 giugno 2001 nel corso della manifestazione Civintas tenutasi a Cividale da alcuni Sindaci, imprenditori agricoli, agronomi, pianificatori e paesaggisti, fu redatta dal sottoscritto per iniziativa dell’ISPAR e con al partecipazione della Fondazione Benetton Studi e Ricerche e dell’Associazione Città del vino. È stata pubblicata a cura dell’Ersa ed è scaricabile da sito www.ilpaesaggio.eu.

 [6] Una più estesa trattazione dei tre fattori si trova nel sito www.ilpaesaggio.eu.

[7] Le quattro principali classi possono essere suddivise in sottoclassi: ad esempio i paesaggi urbani classificabili come normotipi possono essere suddivisi in normotipi alti (quartieri residenziali con edifici bassi ben curati e molto verde), normotipi medi (quartieri con edifici alti di non grande valore), normotipi bassi (quartieri con edifici bassi di scarso valore e poco curati, tipici in genere delle semiperiferie.

[8] Se nell’800 e nei primi anni del secolo scorso il Carso era, come scriveva Massimiliano d’Asburgo nel 1840, un deserto di pietra sul quale sembrava incombere una maledizione, oggi, un po’ per l’epico lavoro di rimboschimento iniziato nella metà dell’800, ma molto per la capacità di riprendersi della Natura una volta ridotti il prelievo di legname e il pascolamento, esso è divenuto un mare di verde.